Roma come un trattamento omeopatico. Roma che da quattro anni era sempre con lui. Roma la sua città adottiva, sicuramente la sua città del cuore.
Roma incredibile, come sempre. Con un sole e un caldo che non ti aspetti, sei impreparato a tanta estate tu che venivi dalla pioggia bolognese degli ultimi giorni.
Appena arriviamo lasciamo le nostre cose, poche, nell’albergo prenotato al buio, che si mostra subito in tutto il suo squallore di tre stelle letteralmente rubate, e ci dirigiamo alla mostra che più ci preme, Dürer e l’Italia, alle Scuderie del Quirinale, che è meglio andarci stasera sennò poi domani con quel texano ignorante chissà che succede.
La mostra merita, sicuramente, ben allestita anche se non ricchissima. Intanto all’uscita, sono già le 20 passate, inizia a volteggiarci sulle teste un elicottero che se ne andrà solo più di 24 ore dopo!
Ceniamo da Giggetto al Portico d’Ottavia, carciofo alla Giudia, fiore di zucca fritto ripieno e tagliolini ai carciofi (io mi vendo per qualsiasi tipo di carciofo fatto in qualsiasi modo). Passeggiata digestiva fino all’albergo dove crolliamo addormentate nonostante i muri di cartone e le porte di carta velina.
Mattino dopo. Roma blindata, scrivono i giornali, e in effetti tu ti senti chiuso a chiave dentro, con i suoi monumenti, i suoi musei e le sue strade semideserte se non fosse per tanti, tantissimi, mai visti così tanti tutti assieme, carabinieri, polizia, guardia di finanza, corpo forestale, manca solo l’esercito della salvezza. Ma che belli ‘sti carabinieri al sole, con le sopracciglia curate e la pelle già abbronzata, la camicia e i pantaloni blu notte che donano proprio a tutti. Ho scoperto di subire un po’ il fascino della divisa. E quasi ti viene da chiedere scusa, che tu sei lì in vacanza e loro magari ne hanno già le scatole piene, ma si lasciano fotografare dai soliti asiatici che chissà cosa pensano.
Al Vittoriano per Chagall, una mostra enorme, dall’allestimento opinabile, ma i colori, le immagini quasi oniriche e soprattutto l’amore per la sua donna che ispira ogni tela ti coinvolgono sala dopo sala. Pranziamo in un baretto vicino all’Ara Pacis che, da quando la vidi io appena ultimata all’interno, è finalmente finita anche fuori, con tanto di fontane e scalinate bianche abbacinanti... Ma come si fa a dire che è brutta, è semplicemente magnifica!
Poi a zonzo per la città, voglio portare mia mamma sull’Isola Tiberina, ma per metà le sue rive sono inaccessibili per l’allestimento della festa del cinema o qualcosa del genere, quindi ripieghiamo per una sosta nel ghetto. Da lontano si sente venire ogni tanto della musica e forse uno slogan, ma noi stiamo ben attente a non incontrare neanche per sbaglio cortei o manifestanti. Cena dal Pompiere, sempre nel ghetto, stavolta mi lancio sugli gnocchi alla romana, che, mi sembra di ricordare, mi piacciono tanto, ma dopo aver assaggiato l’amatriciana di mia mamma, mi pento amaramente. Pazienza. Altra passeggiatina e dritte a nanna scortate dall’elicottero e da mille auto a sirene spiegate. E lì mia mamma mi ricorda Pasolini, quando vediamo questi ragazzi che, alla sera tardi, risalgono sui pullman con i loro scudi di plastica e le facce esauste. Quanto aveva ragione.
Domenica ci starebbe un giro sull’Appia antica, ma sono già le 11.30 quando arriviamo al bus che fa il giro e in più non c’è posto quindi bisognerebbe aspettare quello 50’ dopo, allora optiamo per una bella maratona di lettura di libri e giornali su una panchina nel mezzo di Villa Borghese. Io divoro “ Catilinarie” della solita mia Nothomb, mia mamma ride sull’articolo della Concita su Repubblica e passano le ore che non ti accorgi. Pian pianino torniamo in albergo a prendere il bagaglio e da lì al treno.
E’ stato bello, a tratti difficile per le ondate di ricordi, ma sicuramente salutare. Come un trattamento omeopatico, appunto.