Pensavo di essere “speciale”. Pensavo che come le vivo io le cose deve essere sempre qualcosa fuori dal comune. Zero sintomi, niente nausee né fastidi di sorta. Ho continuato a fare la mia vita esattamente come prima, in moto andavo piano e poco, spesso a piedi, a Pilates non esageravo con gli sforzi, serena, tranquilla, tanto tranquilla che ogni tanto per scherzo dicevo: secondo me il test è sbagliato. Quel test che il 29 Dicembre diceva che la mia vita sarebbe cambiata, per sempre. Serena, con quel pizzico di incoscienza con cui secondo me si fanno le scelte importanti, mai starci troppo a pensare, meglio buttarsi. Non avevo fatto una gran pubblicità. I miei amici e le mia amiche non sapevano ancora nulla, nemmeno a mio padre ancora l’avevo detto. Aspettavo uscisse dall’ospedale. Invece il futuro papà, felicissimo, l’aveva detto a tutti, amici e parenti lontani e vicini, e io dicevo: non c’è fretta, non c’è fretta. Appunto. Aspettavo la prima ecografia fissata per il 7 Febbraio, così abituata come sono a leggere disegni e progetti, mi sembrava di dover vedere un’immagine prima di poter rendermi conto veramente di quello che stavo vivendo. Poi ieri mattina è cambiato tutto. In taxi al pronto soccorso e finalmente l’ho visto. Ma non era quello che mi aspettavo. Un embrione di 2 mm, senza battito, troppo piccolo secondo i miei calcoli, esattissimi. Ha semplicemente smesso di crescere, un mese fa, non ha superato la quinta settimana. E da ieri mattina ha deciso di far le valigie, spontaneamente.
Proprio la notte precedente suo padre l’aveva sognato, per la prima volta. Probabilmente era venuto a salutare.

